Energeia e Ousia, ovvero Energia e Sostanza

Marco e Eugenia

Tic tac, tic tac, tic tac… le lancette di un orologio analogico che segnano il tempo che passa. Ma poi se guardi bene pochi hanno ancora un orologio così rumoroso.
Perché?
Forse proprio perché il tempo passa. E allora le cosa cambiano e tanto.
Nuove sfide, nuove opportunità e nuovi problemi cambia la concorrenza e cambia (in parte) il modo di fare le cose.
Tutto avviene sempre con una certa lentezza, i cambiamenti sono sempre graduali, fino a che non arriva qualcuno che fa qualcosa di diverso.
Come se fosse uno strappo nel tempo e nelle cose. Di colpo qualcosa sembra cambiare improvvisamente, eppure era già nell’aria da tempo il cambiamento che rivoluziona completamente tutto.
Qualche secolo fa un tale chiamo Durante, ma poi conosciuto come Dante (Alighieri), un giorno decise di scrivere una cosetta leggera e scarna… la cosa, la… Ah sì: la Divina Commedia, e invece di farlo come i suoi contemporanei in latino, pensò bene di usare una lingua diversa, allora chiamata “volgare”, così che fosse comprensibile da tutti seppur con differenze a seconda della zona della penisola. Che mattacchione vero?
Già però fu uno strappo in qualche modo. Un cambiamento che fece da spartiacque. Poi magari i contemporanei non furono tutti d’accordo. Alcuni per la scelta di non utilizzare il più nobile (secondo la loro prospettiva) latino, altri perché forse ancora troppo complessa, preferendo una prosa più leggera che sarà chiamata “il dolce stil novo”.
Sta di fatto che lì cambiò qualcosa e a distanza di più di 700 anni di lui si parla come del “Sommo Poeta”. A me personalmente non è mai piaciuto, ma in fondo a me non piacciono nemmeno il tartufo e il caviale. Però so che a questi livelli gli esperti considerano giusto un’altro personaggio in tutta la letteratura mondiale, un tale inglese che venne definito “Il Bardo” alias William Shakespeare.
Uno strappo nell’usuale il suo. Un modo nuovo e diverso di affrontare la questione e il tempo lo ha proclamato come uomo geniale. Eppure i contemporanei non lo capirono, non tutti. Anzi molti lo considerarono un nemico, magari per questioni politiche, ma comunque persona non gradita. Va così. Si dice nemo profeta in patria giusto?

Anni dopo, ma tanti anni dopo un uomo che non si sa esattamente quando nacque e dove (si dice nei sobborghi di Londra) scalò la vetta del successo nell’allora nascente industria del cinema. Un certo Charles Spencer, più comunemente conosciuto come Charlie Chaplin.
Ma egli iniziò in teatro e la sua prima tournée negli Usa non fu particolarmente felice. Siamo nel 1910, quando “attore” significava palco e pubblico a pochi metri.
Ma fu proprio quando scelse di provare con il cinema, a dispetto di quanto la logica degli esperti di allora suggeriva, che Chaplin trovò il successo.
Già nel 1914 creò il celebre Charlot per il suo primo cortometraggio.

Un successo clamoroso. Egli portava sullo schermo un personaggio nuovo, mai visto né nei teatri, né tanto meno nel cinema. E lo fece ad Hollywood, dove da sempre gli enormi interessi economici impongono prudenza nelle scelte artistiche.
Il suo modo di portare sul nuovo qualcosa di vecchio (la sua capacità di espressione) il suo modo di intendere i tempi comici mescolandoli alla malinconia, il personaggio stesso che era di volta in volta un operaio o un milionario (impensabile ancora oggi dare ruoli così differenti ad uno stesso personaggio). Spaccò in due il pubblico: da una parte chi lo adorava, dall’altra chi non lo capiva.
Anche il suo voler portare le proprie idee personali sulla società andando controcorrente gli causarono non pochi grattacapi, fino ad una sorta di esilio dagli Stati Uniti negli anni 50 .
“Tempi Moderni” che si considera il suo capolavoro, fu considerato dai contemporanei e per alcuni anni a venire, l’emblema dell’antiamericanismo, quando in effetti denunciava semplicemente l’alienazione dell’uomo alla catena di montaggio.
Rientrerà negli Usa solo nel 1972 per ritirare il suo secondo Oscar, questa volta alla carriera, tra scrosci di applausi.
Una delle motivazioni per cui ebbe tanto successo e tanta invidia dai colleghi, fu semplicemente il suo modo personalissimo di lavorare. Egli non seguiva infatti alcuno schema o formula predefinita da altri. I suoi film non erano scritti, ma semplicemente pensati per poi dirigere gli attori sul set durante le riprese.
In sostanza portò la tecnica dell’improvvisazione in un campo nel quale ancora oggi non è possible applicarla. E lo fece in un modo personalissimo ma soprattutto efficace.
Il suo creare comportò uno strappo tale nel modo di assistere ad uno spettacolo (dal teatro al cinema) che ad oggi viene considerato tra i più importanti e determinanti cineasti del ventesimo secolo.
Gente così, che in qualche modo ha cambiato le regole del gioco facendo apparire vecchio di colpo tutto quello che li ha preceduti.
Gente che non segue le regole, o che le segue a modo proprio, ma mai limitandosi a eseguire una formuletta.

Due più Due lo sa fare anche un bambino di terza elementare.

Qui si parla di persone che conoscono benissimo le formule, le regole, l’usuale e lo sperimentato e si inventano il nuovo.
A modo loro, contaminando e contaminandosi di cose diverse, pescando risorse al di fuori del recinto dove pascolano tutti e la cui forza sta nell’innovare partendo dalla domanda “perché no?” e nel guardare ciò che fanno gli altri e farlo in modo differente.
Io ho sempre pensato che si possa imparare da chiunque, anche dallo scemo del villaggio e sono altresì convinto che in ogni persona ci sia qualcosa di straordinario da scoprire. Ma poi a volte sembra che metta sempre tutti sullo stesso piano e mi si accusa anche un po’ di questo.
Ebbene, no. La mia piramide è molto chiara: l’eccellenza sta da un’altra parte, in personaggi come quelli descritti sopra ma tanto per riportare il concetto all’oggi e a qualcosa di comprensibile, di “normale”, ti faccio due nomi:
Eugenia e Marco.
Che sono due persone con qualche anno di lavoro sulle spalle, con fallimenti e successi come tutti quelli che lavorano. Due persone che in modo totalmente opposto fanno la stessa cosa: comunicazione.
Ed entrambi stanno facendo invecchiare il mondo intorno.

Hai voglia a dire che Marco è brutto e cattivo, quando ci sono i numeri a dimostrare il suo valore nel campo di gioco che ha scelto. E hai voglia a dire che i numeri non contano, soprattutto se sei uno che di numeri ha parlato fino a ieri. Di fatto il Monty ha dimostrato che tutto quello che c’è intorno non sta lavorando come potrebbe.
E quindi dà fastidio, rompe lo status quo, divide, e crea emuli. Hai voglia a parlare arrampicandoti sui vetri, se vuoi puoi fare di più, magari usando qualcosa che ha utilizzato anche lui: ha rotto uno schema.
Non è difficile. Montemagno non è un ragazzino che ha studiato 4 formule e fa copia e incolla, né uno sprovveduto che di colpo si è inventato. Qui parliamo di un imprenditore che pesca nel proprio background culturale, nelle proprie esperienze decennali tanto nel fare impresa quanto nel gestire un gruppo di lavoro. Parla, racconta, a volte sembra sconfini in argomenti che potrebbero ad una lettura superficiale farlo accomunare ad un motivatore, altre ad un commerciale, altre ancora ad un uomo di spettacolo. Ma tutto questo solo perché quando fai impresa, grande o piccola che sia, tutte queste cose n qualche modo le incontri e le devi affrontare.

Non esiste un imprenditore che non si sia trovato a dover condurre una negoziazione con un fornitore, né che non si sia trovato a dover rimettere in piedi un proprio collaboratore che magari per mille motivi avulsi dal lavoro era in quel momento giù di corda.
Non esiste un’azienda di successo che non abbia dovuto a un certo punto scontrarsi con i problemi di turn over e della produttività, e tantomeno che abbia potuto evitare il passare del tempo che porta con sé concorrenza sempre più moderna e agguerrita.

 

Per cui pesca dove già è passato e ricordiamoci che i primi passi li mosse proprio con una telecamera davanti, a parlare di innovazione e digitale quando il 90% della sua concorrenza odierna era ancora in fasce, o alla meglio lavorava su macchine utensili.
Una cosa è mettersi in gioco a 18, 20, 25 anni, altro farlo a 40.

Non c’è un meglio o un peggio, c’è solo un modo differente di farlo ma sicuramente chi è abituato a farlo per un periodo più lungo, si muove in modo differente, meno comprensibile e spesso con uno studio del contesto relativamente breve riesce ad ottenere risultati maggiori in un tempo che appare minore.
Quello che fai è solo capitalizzare 20 anni di lavoro, poi il settore in cui ti muovi è abbastanza irrilevante.
Marco Montemagno ha scelto per motivi suoi di lavorare sui numeri, e quindi salta all’occhio subito il risultato. Ma sicuri che l’obiettivo siano solo i numeri? I numeri sono un mezzo per arrivare a un altro risultato, quale che sia non è affar nostro. Quello che conta è il come abbia agito. E lo ripeto: ha rotto uno schema.
La stessa cosa in un campo di gioco differente fa Eugenia.
Lei non ha un blog, non fa video, non fa podcast. Si limita ad alcuni post su una piattaforma social, dove provoca, discute, divide.
Perché anche lei rompe gli schemi, pesca nel bello, nell’arte, nella sostanza e poi traduce in comunicazione. Senza numeri, che non sono il mezzo che le interessa. Tasta il polso su una cerchia relativamente ristretta, poi crea concetti, e arriva prima di altri.
Un esempio? Qualche mese fa Dolce & Gabbana hanno deciso che trasformeranno i propri punti vendita, passando a da un concetto McDonalds di “ovunque nel mondo da noi trovi sempre tutto uguale” a “Ogni sede unica e radicata nel territorio”.
Il territorio.

Un concetto che Eugenia Toni porta ai suo clienti da anni. E lavora su un passaparola di alta qualità, nascosto ai più, con un occhio a ciò che accade nel mondo e uno alle bellezze artistiche e culturali del territorio nel quale si trova l’azienda per la quale presta i suoi servizi.
Mischia sapientemente il retaggio culturale classico all’evoluzione dell’azienda, unisce le conoscenze e il gusto del bello al prodotto finale.
Crea lusso in sostanza.

A volte caustica, altre accomodante, sempre sul pezzo, mai una sbavatura. Decisa, grintosa e se la conosci un po’ oltre l’immagine superficiale che vuole dare, incredibilmente simpatica e stimolante.
Entrambi, Marco ed Eugenia, sono assolute eccellenze che si occupano di comunicazione, in modi totalmente opposti e totalmente efficaci.
Ecco se vuoi proprio sapere quali sono le eccellenze vai lì.
Sono diversi nel modo e nel merito, casualmente entrambi lavorano su quella cosa chiamata “comunicazione”, ma se li prendi e li metti da un’altra parte, in un ambiente che non conoscono, dagli un paio d’anni e li vedrai emergere.
Perché c’è sostanza in loro che spesso si fatica a trovare in mille altri, non nel settore che hanno scelto, ma nel modo di affrontare il mondo.
Non sono sempre d’accordo su tutto quello che dicono, ma apprezzo il modo in cui lo dicono e la capacità tipica dei grandi di mettersi in discussione se li contesti su qualcosa. La disponibilità a discuterne, ma solo su basi solide e anche, direi soprattutto, la scarsa propensione a perdere tempo con chi sputa sentenze senza cognizione di causa.
Menti geniali come Dante e Chaplin?
Non lo so. Quello che so è che sono differenti, efficaci e di alta caratura e questo non deriva solo dagli studi e dalla vita che hanno fatto, ma da quel qualcosa di impalpabile che hai dentro e che se non ce l’hai… hai voglia a lamentarti.
Ah, non li ho mai visti lamentarsi: li ho visti fare. Sarà lì il segreto?
Io so solo che la ricetta per il successo, qualunque sia il significato che diamo a questo termine, è sempre la stessa: tocca sudare, mettersi in gioco, e non mollare mai. Solo che pochi hanno voglia di mettersi alla prova sul serio.

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