Diverso è meglio

Diverso è meglio

Tanti anni fa mi regalarono una gattina appena svezzata. Aveva uno spirito libero e curioso: bastava aprire la porta di casa e si fiondava nel giardino come lanciata da una molla.
Mi divertivo un sacco a vederla rincorrere le farfalle, saltellare, correre e inciampare in sé stessa rotolando per qualche metro.
Un giorno, mentre leggevo “Isole nella corrente” (è un romanzo di Hemingway ma non ti dico perché ne accenno, però se lo hai letto lo sai), sentii un miagolio che aveva qualcosa di nervoso, come un lamento ma non di dolore, più di contrarietà.
Ma il gatto, anzi la gatta, era arrabbiata?
Parecchio: aveva scoperto un piccolo albero di pere la cui chioma non raggiungeva i due metri e il cui fusto si diramavava più o meno ad un metro d’altezza. E Minou (sì Minou, come lo vuoi chiamare un gatto? Matisse, Bizet o Minou. Chiaro no?) stava cercando di arrampicarvisi, senza successo.
Dopo qualche minuto a guardarla mentre provava e riprovava decisi che forse potevo trovare il modo di aiutarla ad imparare.
Si impara per imitazione, lo sappiamo tutti, ma io non sono un gatto e non avrei certo potuto farle vedere, quindi decisi di fare in modo diverso: le avrei fatto vivere l’arrampicata.
“Andre non puoi insegnare ai gatti ad arrampicare!” fu il mio pensiero, seguito subito da un “perchè no?”
Una cosa da fare molto bene, ne andava della sicurezza che Minù se la sarebbe cavata con ogni pianta.
Fare bene, il che include fare in modo diverso dalla massa che conosco e osservo” (cit S. Bennati)
Così feci una cosa nuova: presa la gattina tra le mani, con le dita guidavo le sue zampine, una alla volta con una precisa sequenza: prima una davanti, poi una dietro, poi l’altra davanti e così via. Il tutto molto lentamente, facendo attenzione che ogni zampa si ancorasse bene alla corteccia e ancora di più facendole staccare le unghie dall’albero con molta delicatezza.
Cinque, forse sei minuti per partire dalla base e percorrere quel metro in verticale e darle il tempo di ambientarsi a quell’altezza. Poi il ritorno, più difficile, più lento, con più delicatezza e attenzione.

Continuai ripetendo la sequenza di salita e discesa per due o tre volte, poi improvvisamente la sentii autonoma. Si stava muovendo da sola, aveva compreso ed imparato come fare.
Funzionò meravigliosamente. Era un piacere leggere negli occhi di quella gattina che ancora era così piccola da non misurare più di 20 cm di lunghezza, la soddisfazione nell’arrivare fin quasi sulla cima del piccolo albero e ridiscendere con sicurezza.
Ma perché funzionò? Perché ci misi amore, attenzione e pazienza e soprattutto perché ho preso qualcosa di diverso dal solito (ripeto non sono un gatto) qualcosa che si usa in ambiti totalmente diversi (il far vivere un’esperienza è un fatto umano e non con un “tutore” ) e l’ho applicato a un problema nuovo.
L’esperienza in altri ambiti, applicata ad un problema che posso capire razionalmente ma non fisicamente (anatomia differente quindi i neuroni specchio non riescono ad attivarsi) e l’agire dall’esterno, quindi con una visione più ampia e senza coinvolgimento emotivo, permette di ottenere risultati impensabili.
La diversità nel modo di pensare, nel modo di agire, nelle esperienze fisiche ed emotive, quando vengono mischiate tra loro sono sempre un arricchimento che porta a nuovi traguardi.
Ecco perché spesso anche e soprattutto in ambito lavorativo, tendo a cercare risorse ed ispirazioni al di fuori di quanto conosco.
Se ci basiamo solo su quanto conosciamo, dopo un certo numero di varianti arriviamo a compiere sempre le stesse cose, senza innovazione e ripetendo gli stessi errori o quantomeno con gli stessi risultati, ma mai una crescita.
La forza di chi innova sta spesso nella domanda “perché no?” e nel guardare ciò che fanno gli altri e farlo in modo differente, pescando risorse e competenze al di fuori del recinto nel quale pascolano tutti.
Solitamente all’inizio si prendono epiteti che vanno da “strano” a “completamente fuori di testa” ma solo fino a che non si inizia ad ottenere risultati. Allora, a quel punto l’opinione si divide in due: chi ti odia perché sei felice e ottieni successo e chi vuole capire come hai fatto.
Eppure la ricetta è relativamente semplice solo che tocca sudare, tanto, prima di arrivare ad un risultato apprezzabile e pochi hanno la voglia di mettersi in gioco.

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7 pensieri su “Diverso è meglio

  1. Penso che sia importante saper fare buon uso delle proprie specificità; detto in altri tempi, delle proprie predisposizioni, delle cose che sappiamo fare. D’altra parte, a questo va aggiunto un pizzico di “incertezze”: quella che viene quando iniziamo a misurarci con qualcosa che per noi è sconosciuto. Mi piace!

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  2. Ciao! Ho visto l’adozione sul gruppo adotta un blogger! Che bella sta cosa! Ho fatto un sorrisone da parte a parte! Che tenerezza il gattino e il tuo modo di insegnarle!
    Se c’è passione, curiosità e voglia di fare si va avanti!

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  3. Richard Bach in un suo libro, di cui non ricordo il titolo perché avendoli letti tutti, me li confondo, diceva che “se cerchi una risposta, apri un libro ed a qualunque riga, in qualunque pagina la troverai”. Sembra che in qualunque parte io trovi collegamenti con la mia nuova, appena cominciata vita. Tu che parli di gatti (io che ricomincio a scrivere di veterinaria) tu che parli di fare cose nuove (io che vengo ingaggiata per un articolo inchiesta su una razza antichissima di cani). Che bello leggerti grazie Andrea. A presto

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