L’ululato del lupo

L'ululato del lupo

Pongo era un cucciolo. Un piccolo tenero cucciolo di Setter Rosso. Come tutti gli appartenenti alla sua razza, era dolce, simpatico, giocherellone e pieno di vita. Insomma non stava fermo un attimo e necessitava di un serio addestramento per calmierarne l’irruenza del carattere e dell’età.

Ma Pongo non era tipo facile e così, una notte, riuscì a fuggire da un buco nella recinzione e spingersi fino al limitare del bosco. Poi infreddolito tornò alla cuccia. Tutto contento. La notte successiva decise di ripetere quella fantastica esperienza, ma questa volta, si spinse un po’ tra gli alberi. La sensazione di libertà e avventura erano per lui la cosa più bella che avesse mai provato e così ogni notte di quella settimana fuggiva dalla cuccia per esplorare i dintorni. Poi, in una notte di luna piena sentì un suono prolungato e spaventoso. Il giorno seguente ascoltando i cani più grandi, scoprì che si trattava dell’ululato di un lupo che chiamava a raccolta il branco. I suoi fratelli al canile vennero avvisati di restare sempre vicino ad un adulto, perché i lupi sono pericolosi e dove ce n’è uno, ce ne sono almeno altri dieci.

Quella notte Pongo era fermamente deciso a scoprire cosa fosse un lupo. E così accertatosi che tutti dormissero, decise di seguire quel suono fin dentro la foresta.  Aveva già percorso alcune miglia, quando in una radura scorse una sagoma illuminata dalla luna. Era da quella sagoma dal muso affilato e le orecchie appuntite, che proveniva quello strano suono.

Pongo lo guardò da lontano, per un po’, pensando che in fondo non era tanto diverso dai cani, solo un po’ più grosso. Doveva essere sicuramente un cane al quale avrebbe potuto chiedere la strada di casa e anche se avesse mai visto un lupo e dove trovare questo strano e pericolosissimo animale di cui tutti parlavano.

Buck smise di ululare alla luna e abbassò la testa. Quei canini aguzzi non piacquero per niente a Pongo, ma si sa che l’audacia è propria della tenera età e così, preso coraggio, sfoderò il suo miglior sorriso e disse: “Ciao, io sono Pongo. Tu lo sai com’è fatto un lupo?”

La natura, lo sappiamo, ha trovato un modo efficace di proteggere i cuccioli, rendendoli empatici e capaci di suscitare tenerezza.

La notte era particolarmente fredda, Buck con un movimento rapidissimo afferrò il cucciolo dietro al collo e lo mise tra le sue zampe, sotto al petto. “Mettiti qui che resti più caldo. E così vuoi sapere com’è un lupo? Un lupo è come te Pongo, solo che si arrangia”.

La chiacchierata durò alcune ore, poi accompagnato Pongo al limitare della foresta poco prima dell’alba gli diede appuntamento per la notte seguente.

Fu così che per un mese intero, ogni notte pongo correva nella foresta dal suo nuovo amico che gli parlava della vita dei lupi.

Gli insegnò a nascondere il cibo quando era troppo per essere mangiato in una sola volta, a cacciare, a trovare corsi d’acqua e un riparo. Gli spiegò come i lupi cercano i propri simili, come scelgono la strada e come orientarsi nella foresta.

Pongo imparò a sentire i pericoli del bosco prima che potessero arrivare, a riconoscere l’odore delle lepri e degli orsi, a combattere come un lupo (beh quasi) a segnare un territorio e ad affrontare i pericoli.

Poi un giorno disse “Ok Buck, adesso so tutto dei lupi, ma quando mi farai vedere un lupo?”

Stava per sopraggiungere l’inverno e Buck prima di congedarsi per sempre rivelò a Pongo di essere egli stesso un lupo.

Di lì a qualche settimana Pongo venne prelevato dal canile e dato ad un cacciatore che se ne prese cura con amore. Furono 4 anni bellissimi per Pongo: viveva in una splendida casa con un grande camino che lo teneva al caldo durante i mesi più freddi e passava le estati all’ombra di una quercia secolare, sdraiato sull’erba fresca. Ogni giorno trovava acqua e cibo in abbondanza e spesso l’uomo giocava con lui.

Tutto ciò che doveva fare era accompagnarlo qualche volta nei boschi e curare la casa quando il cacciatore si recava in città.

Poi, un giorno, l’uomo venne a mancare e nessuno si occupò più di lui. Fu in quel momento, quando realizzò cosa era accaduto, che ripensò al suo vecchio amico Buck ed a tutto quanto aveva imparato da lui.

Doveva assolutamente procurarsi del cibo e pensare a sé stesso e trovare un riparo e… così fece. Si addentrò nella foresta, in mezzo ai lupi e agli orsi e le lepri e scelse un territorio, una tana, un posto dove scrutare l’orizzonte alla ricerca di cibo. Scelse i posti dove nascondere quanto riusciva ad avere in più rispetto a quanto necessario, tanti nascondigli diversi come gli aveva insegnato Buck. Ricominciò a guardare i sentieri battuti da altri e la luna e le stelle per orientarsi e col tempo le cose andarono benissimo. Solo grazie a Buck che gli aveva insegnato tante cose in un solo mese, molto tempo prima.

Una notte sentì ululare. Seguì quel suono come quando era un cucciole e… aveva ritrovato il suo amico Buck.

Erano felici di essersi ritrovati e ricordando le notti passate, chiacchierarono tutta la notte, finché Pongo disse:

“Buck, perché non mi hai detto, in quelle notti, quanto sia più bella la vita del lupo quando sai come fare a sopravvivere?”

E il lupo rispose: “eri un cucciolo”.

“Ma allora, perché nessuno me l’ha detto quando sono cresciuto?” chiese ancora.

Buck tagliò corto: “Qualcuno aveva l’interesse a imbrogliarti con un pasto caldo. Con la finta sicurezza di un pasto caldo: non sono i lupi ad essere pericolosi”

 

Questa favola me la raccontò un mio zio, quello dell’infuso di malva, quando ero molto piccolo, e non so perché mi sia tornata in mente questa mattina. Però so una cosa: il mercato è pieno di orsi pericolosissimi e di lepri gustose. E quando impari come fare, hai la grande opportunità di vivere la vita che vuoi tu, con una sicurezza maggiore di quanta te ne possa dare qualunque lavoro come dipendente. L’indipendenza non ha prezzo, e per quanto la foresta (il mercato) sia piena di incognite e pericoli, il pericolo più grande è affidare la propria vita ad un solo soggetto sul quale non si ha controllo e mangiare in una sola ciotola.

 

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7 pensieri su “L’ululato del lupo

  1. «Il pericolo più grande è affidare la propria vita ad un solo soggetto sul quale non si ha controllo e mangiare in una sola ciotola».

    È vero. Ma è anche vero che spesso l’essere umano nasce e cresce nella paura. Paura di fallire, paura del giudizio, paura della solitudine.
    E allora compie la scelta di operare meno scelte possibili, si immola alla completa eteronomia come a un nido di morbida ovatta.
    Nel frattempo aspetta. Un buon impiego, una persona con cui condividere la vita, degli amici leali e divertenti. O forse una bella auto, un device di ultimo grido, un individuo da mostrare come un bell’accessorio.
    In ogni caso, aspetta.
    Poi, un giorno, la sua vita si conclude e la povera creatura si accorge di non averla vissuta, ma di averla delegata e così facendo di averla persa irrimediabilmente.

    Una magnifica storia! (quella di Pongo :))
    Grazie Andrea!

    Emma

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      • Se la paura vince, vince anche la fatidica scelta di affidarsi al Leviatano.
        Purtroppo ho constatato con immensa tristezza che succede spesso.

        Per quanto mi riguarda, ho deciso di scegliere io il mio percorso, costi quel che costi.
        Il tempo è poco e occorre occuparlo con ciò che si ama 🙂

        Mi spiace per chi viene inghiottito da una quotidianità frustrante, ma è una scelta anche quella.
        La quieta disperazione la lascio a chi non trova il coraggio di entrare nel bosco e scoprire come sono fatti i lupi.

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  2. Ci sono pro e contro in tutti e due i casi. Da freelance non è vero che sei libero, hai solo più padroni anziché uno solo. Affidi la tua vita a più persone. E a sentire tutti i vari freelance, lavorano anche nei fine settimana e nelle festività. Questa per me non è libertà.

    Io ho sperimentato entrambe le cose e non amo nessuna delle due, a dire la verità. Da dipendente trovavo pesante farmi un’ora di mezzi pubblici per andare in un ufficio e fare un lavoro noioso senza sbocchi. Da freelance trovo pesante tantissime altre cose, fra cui pagare tasse inutili. Ma questo è un discorso troppo lungo 🙂

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    • Fare il dipendente ha i suoi vantaggi, innegabili, che mascherano bene tutte le fregature che si porta dietro. Lavorare in proprio invece non maschera la parte faticosa, ma anzi la mette in primo piano. Però lavorare nei fine settimana e nelle festività, se è la regola e non un periodo, denota mancanza di pianificazione, scelta del target sbagliato e magari in qualche caso anche aver scelto il mestiere sbagliato: quando fai quello che ti appassiona praticamente è come non lavorare, ma anzi ti diverti. Un po’ come se tu fossi pagato per leggere. – Le tasse si pagano in tutto il mondo, in alcuni posti di più. In Italia ad esempio molto di più ed in modo insensato, ma questo ha poco a che fare con il lavoro autonomo o dipendente: in entrambi i casi non funziona.

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  3. In un certo senso, nella sfortuna sono stata fortunata: il lavoro dipendente l’ho conosciuto poco, quindi non ho remore a lasciarmi i suoi vincoli alle spalle per esplorare il territorio che ho deciso di conquistare. E paura, almeno in questo caso, non ne ho. Sono altri, i vincoli che mi hanno impastoiata finora e dai quali sto cercando di sciogliermi.
    Bella storia, comunque!

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    • Ma tu Sam sei un portento e lo sappiamo tutti. Qualunque cosa ti posa frenare e qualunque ostacolo tu possa incontrare hai la determinazione e le risorse necessarie per arrivare sempre ai tuoi obiettivi: sei SAM!

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