Io mi porto un libro, e tu?

novecento

Qualche tempo fa una cara amica mi chiese

“Ma se improvvisamente il mondo ripiombasse nel medioevo e tu, potessi portare con te poche cose che siano davvero indispensabili per questa nuova realtà, cosa ti porteresti?”

Bella domanda vero?

Lì per lì la prima cosa che pensai fu “lo smartphone”… “e no, tanto non funzionerebbe”…

E quindi? Credo che porterei con me pochissime cose, perché muoversi in un contesto simile non è semplice, quindi bagaglio leggerissimo e maneggevole.

Che so un paio di spazzolini da denti, è chiaro. E un paio di coltellini svizzeri, sai quelli multiuso? Ecco quelli.

Cioè uno basta, l’altro è un libro, quello della foto: Novecento.

Sì, sì, in versione economica che occupa meno spazio e pesa meno.
Lo sai che sono 20 anni che è in commercio? Eppure io lo trovo attuale ancora oggi. Ricordo di aver visto il film che mi piacque abbastanza, ma solo anni dopo mi trovai tra le mani questo testo.

Puoi non essere d’accordo con me, ma regalerei o venderei tutti i miei libri sulla formazione, i romanzi, i saggi e le enciclopedie (che senza internet tornerebbero utilissime) ma non questo, perché lo considero un coltellino svizzero.

Intanto perché rompe uno schema: è un monologo teatrale che viene venduto come fosse un romanzo. E già questo mi piace, e solo per il fatto di creare qualcosa di nuovo per me merita grande considerazione.

Poi contiene spunti fantastici: una storia di sogni. C’è proprio tutto in quelle poche pagine.

La voglia di arrivare e di inseguire un sogno.

Il viaggio, fatto con i propri mezzi, chi meglio chi peggio (prima e seconda classe del Piroscafo) ma comunque alla fine si arriva.

  1. L’importanza di guardare lontano e immaginare un mondo che ancora non c’è: l’America.
  2. La necessità di prestare attenzione: “Il primo a vederla è quello che per primo griderà l’America”
  3. L’elogio al talento, di Novecento.
  4. L’importanza di essere narratori.
  5. La necessità di imparare a rompere gli schemi.

Ci sono due frasi in particolare che ho già ripreso su questo blog:

  • Se non sai cos’è, allora è Jazz
  • Finché hai un paio di scarpe nuove e una buona storia da raccontare, non sei mai finito.

Hai idea di quanto valgono anche solo queste due frasi? Un po’ te l’ho raccontato nei due articoli linkati ai punti qui sopra, una cosa te la dico ora: Se ci metti quella capacità di trasformare in jazz le tue storie, allora potrai adattarle ai contesti e renderle immortali.

E se hai una storia da raccontare… beh un tempo c’erano i cantastorie, ricordi? Ecco non ci sono più ma prendi quel testo, quel monologo di Alessandro (Baricco): Novecento. Scomponilo, studialo, copialo e poi stravolgilo. Ricavane una struttura a cui adattare la tua storia e poi… raccontala.

Non è importante dove e quando e con chi, quello che conta è che oggi sono le aziende a voler diventare narratrici di storie, e spesso falliscono nel tentativo. E sai perché? Perché manca il jazz e la parte umana.

Perché mancano i sogni da inseguire, la voglia di arrivare e tutto il resto, comprese le debolezze e le paure che andrebbero raccontate, magari in modo velato come fa Alessandro (si sempre Baricco) in questo testo.

Sai che c’è? Che se non l’hai letto io ti consiglio di farlo e se l’hai letto ti consiglio di riprenderlo in mano e provare a guardarlo dalla prospettiva che ti ho descritto.

Per me è il miglior strumento che abbia mai avuto tra le mani, magari lo sarà anche per te.

Sai se scopri cosa per te è una risorsa indispensabile, puoi alleggerire la mente da tante cose inutili e concentrare i tuoi sforzi là dove serve in modo più efficace.

E soprattutto hai più spazio per infilarci nuove storie.

Forse, dovremmo tutti fare un corso di scrittura creativa, e imparare a raccontare storie: con le storie e gli aneddoti e i racconti si vende, si acquisisce carisma, si intrattiene e si raccoglie.

Però ora ti faccio una domanda: io mi porto questo “coltellino svizzero” della fantasia, tu invece, cosa porteresti con te?

 

 

 

 

 

 

 

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