Freelance Device (l’empatia dei bambini)

Freelance Device (empatia di un bambino)

 

Una delle cose che caratterizza un leader è l’empatia.

Questa dote è innata e presente in ognuno di noi, ma crescendo spesso molti tendono ad addormentare questa capacità.

Eppure è così importante da trasformare ogni rapporto in un successo.

 

Consente di avere il giusto atteggiamento e l’atteggiamento è una piccola cosa che fa sempre una grande differenza nei risultati.

Anche il freelance ha bisogno di essere empatico: per comprendere le esigenze del cliente e dei collaboratori, per creare intorno a sé un clima produttivo e per vendere di più e meglio.

Se poi è uno che lavora sulla rete allora si troverà a dover ricorrere a tutte le doti di empatia che possiede: presto o tardi dovrà fronteggiare una crisi social e sarà durissima!

Empatia!  Tutti ne parlano, ma come si risveglia e come si sviluppa, non te lo dice nessuno.

Ti racconto una storia, ti va?

Da bambino fui molto fortunato: avevo una nonna incredibile che mi insegnò a guardare le cose da diverse prospettive. E poi avevo anche uno zio che era un mago della persuasione e una mamma che avrebbe potuto insegnare CRM.

Ma di loro ti ho già parlato, ricordi?

(Come no? Ok basta che segui i link qui sopra.)

 

Insomma, non sembra ma di me ti ho raccontato tanto, ma ancora non ti ho parlato del mio papà: era un uomo straordinario e probabilmente la persona più empatica che abbia conosciuto.

 

Tutto accadde perché nell’asilo che frequentavo c’era un bambino solitario e un po’ taciturno. Il motivo è presto detto, parlava poco perché era sordo dalla nascita, quindi il suo modo di vedere il mondo e di rapportarsi con gli altri bambini era differente da quello di tutti noi ed era estremamente difficile riuscire a giocare con lui. Insomma eravamo bambini, e ci sembrava una cosa complicatissima: non si capiva cosa volesse e soprattutto lui ci capiva pochissimo. O almeno così sembrava a noi bimbi.

Io però ero curioso, molto curioso e chiesi al mio papà come potessi fare per giocare con anche con questo bambino: Paolo.

Il mio papà mi disse che era una grande occasione per me poter fare amicizia con questo bambino e che mi sarei divertito tantissimo, ma che avrei dovuto impegnarmi e metterci tutta la forza che avevo e allora sarei riuscito a giocare con il bambino sordo. E finì chiedendomi: “Vuoi davvero conoscere Paolo?” (capii molti anni dopo l’enfasi sulla parola conoscere)

“Certo” risposi.

Allora il mio papà prese un tappo per le orecchie e mi fece vedere come si usava, come metterlo e come toglierlo e una volta sicuro che avessi ben compreso mi diede anche l’altro e mi disse: “mettili, tienili per tutto il pomeriggio mentre giochi con me e capirai chi è Paolo”

Quando il mio papà mi diceva qualcosa per me era oro, e poi avrebbe passato il pomeriggio a giocare con me e già questo era un ottima motivazione.

Fu così che passai qualche ora completamente in assenza di suoni, ma mi divertii tantissimo.

All’inizio la sensazione fu strana, disorientava e un pochino limitava le mie azioni, ma con il passare dei minuti, lentamente, tutto divenne più facile.

Un pochino alla volta era come se gli altri sensi si acuissero e più che sentire, avvertivo le cose.

Anche guardare la mamma e capire cosa stesse facendo era diverso, quasi più completo: come se riuscissi a comprendere il suo stato d’animo dallo sguardo, e cosa volesse, di cosa avesse realmente bisogno.

Era un mondo nuovo, difficile, ma ne ero affascinato.

Il giorno dopo andai all’asilo con in tasca i due tappi.

Appena vidi Paolo li infilai nelle orecchie e mi avvicinai a lui.

Stava facendo un aeroplanino di carta.

Li faceva sempre perché era sempre solo.

Mi guardò perplesso, io presi della carta e la piegai: adesso avevamo 2 aeroplanini.

Di lì a qualche giorno anche gli altri bambini si avvicinarono e Paolo divenne parte integrante del gruppo.

Furono mesi bellissimi con il mio nuovo amico, che sognava di volare, disegnava meglio di tutti noi ed era simpaticissimo, anche se parlava poco. E farsi capire da lui non era difficile, come non lo era capirlo, bastava solo guardarlo negli occhi e prestare un po’ di attenzione.

Quello che fece il mio papà allora, non fu solo darmi la possibilità di capire Paolo, ma permise al mio cervello di costruire un percorso neurale che avrei poi riutilizzato per tutta la vita ed ogni volta che mi rapporto con qualcuno, con qualunque mezzo, affino questa capacità.

Un po’ come quando un bambino impara a raggiungere gli obiettivi, io in quella giornata imparai cosa fosse l’empatia, vivendola dentro di me.

Sai che ti dico? Che un paio di tappi per le orecchie costano 2 euro, e se non ti va, puoi sempre provare a passare un’ora con una benda sugli occhi qualunque altra cosa ti venga in mente. Quello che conta è che provi anche solo una volta a sperimentare una condizione che sia per te inconcepibile, il resto lo farà la tua mente.

Ecco, adesso ti ho svelato un trucco per diventare più empatico.

Poi non dire che non penso a te!

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11 pensieri su “Freelance Device (l’empatia dei bambini)

  1. Stavolta mi hai fregata, c’è stata anche con un po’ di commozione 🙂
    Credo che il segreto dell’empatia, stia in quello che ti ha detto tuo padre “Vuoi DAVVERO conoscere”.
    La privazione sensoriale temporanea, per acuire gli altri sensi, è un esercizio che richiede coraggio.
    Mi hai fatto ricordare che qualche anno fa, durante un meeting di formazione negli USA, non ho parlato per un intero pomeriggio insieme a tutto il mio gruppo di lavoro. Dovevamo prendere una decisione di gruppo, senza poter comunicare né con la voce né con la parola scritta ed il fatto che non fossimo tutti della stessa nazionalità, complicava ancora di più il gioco. Per arrivare ad ottenere l’obiettivo abbiamo dovuto concentrarci sulla comunicazione non verbale, vincendo anche le differenze culturali. Una gran lezione.
    Bel post, utile ed umanamente profondo.
    Grazie Andrea.

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    • Grazie Katia. Si in sostanza la privazione sensoriale risveglia alcune nostre capacità innate. Complicato no, ma difficile e faticoso si. Diciamo che forse il termine giusto l’hai trovato tu: ci vuole coraggio. E sì, il post che ho scritto gira tutto intorno a quella parola “conoscere” riferito ad un’altra persona. Respirare come lei. Un proverbio Apache recita: Grande spirito, dammi la forza di non giudicare un uomo se non avrò camminato una settimana nei suoi mocassini”.

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