La differenza di genere nella performance lavorativa

Da più parti leggo di discriminazioni nei confronti delle donne per quanto riguarda il mondo del lavoro e vedo battaglie giuste e doverose contro tale situazione.

Quello che non vedo è un uomo che si schieri a favore di tale posizione.

Perché?

Forse perché siamo tutti maschilisti e ci fa comodo una situazione così?

No, non credo proprio.

Da uomo sono consapevole di quanto sappiamo essere odiosi in certi nostri atteggiamenti e spesso raccogliendo le confidenze di amiche, un po’ mi vergogno di essere parte di una categoria con certi atteggiamenti da Yeti che mi vengono raccontati (un po’ tanto in effetti).

Da uomo so anche quanto sia facile mettere in difficoltà una donna, soprattutto sul lavoro e questo perché spesso sono le donne stesse a prestare il fianco.

Si perché anche quando si è dell’opinione che qualsiasi forma di discriminazione, quindi anche di genere, sia di per sé sbagliata, diventa molto difficile per un uomo riuscire a sostenere certe battaglie.

Quando sento una donna lamentarsi di non essere trattata alla pari dagli uomini, di essere discriminata quanto a stipendi, mansioni, considerazione sul lavoro, mi sento di appoggiarla incondizionatamente, fino a che non passa alla seconda, tipica fase della lamentela, che si riassume in frasi tipo: “Devo lavorare in ufficio, fare la mamma, la moglie e poi ho un sacco di altro lavoro a casa.  In quanto donna lavoro praticamente il doppio e quindi avrei diritto a maggiore considerazione”

Ecco quando si arriva a questo diventa praticamente impossibile per un uomo sostenere una battaglia a favore della parità dei sessi, perché ogni uomo sa che nella testa del “maschio” che c’è dall’altra parte si delinea in quei quattro neuroni che ancora funzionano questo pensiero “vedi che sei tu a dirmi che il tuo lavoro, il tuo posto, la tua posizione naturale è in cucina, a crescere i cuccioli e tenere pulita la grotta? Dai non rompere, piantala di far capricci, fammi un toast”.

E allora se tu donna ti metti da sola in questa posizione io non mi sento di darti una mano.

Il lavoro, ma anche la mia vita, mi hanno insegnato che non esistono lavori da uomo o lavori da donna, che non esistono differenze sostanziali nella capacità di portare a termine un compito o una qualunque mansione.

I migliori imprenditori che ho conosciuto tenevano in grande considerazione l’universo femminile e ne ricordo uno in particolare che con una certa punta di cinismo mi diceva:

“Sai, cerco di avere tra i miei collaboratori più donne possibile perché sono così convinte di essere poco considerate che per dimostrare di valere quanto un uomo si impegnano il doppio ed io ho i risultati più precisi ed in tempi inferiori”.

Era geniale perché quando affidava un compito ci teneva a precisare che era una cosa che solitamente affidava ad un uomo, ma “vedo che lei si da tanto da fare: mi dimostri che non sto sbagliando” diceva.

Credo avesse ragione: le differenze sono più che altro nella preparazione e nell’indole che caratterizza ogni soggetto, non nel colore della pelle, nel sesso e nell’età.

So che alcuni asseriscono l’inutilità di una donna per cinque giorni al mese: una cosa stupida.

Raramente una donna non è in grado di svolgere il proprio lavoro per tali motivi e altrettanto vale quando si trova in stato interessante.

Se il lavoro svolto non è particolarmente pesante può essere tranquillamente svolto fino al settimo o ottavo mese e spesso sono operative nel giro di poche decine di giorni dopo il parto.

I casi in cui una donna sparisce per mesi sono abbastanza rari per motivi di difficoltà nel decorso della gravidanza, ed ancora più raramente ci sono quelle che “ci marciano”. Statisticamente rientrano nel gruppo di persone (persone, quindi anche uomini) per cui ogni scusa è buona per non lavorare.

Però quando sento una donna dirmi che ha “anche i bambini a cui pensare e poi devo stirare e insomma io faccio tutto a casa!”, quando mi arrivano statistiche in cui si asserisce che le donne lavorano a casa N minuti in più degli uomini che le aziende dovrebbero tenere conto di queste differenze nella vita di una donna rispetto a quella di un uomo e quindi il trattamento dovrebbe essere differente, ecco mi viene da dire “io sono un uomo, lavoro, faccio il marito, il padre, come tu lavori, fai la moglie e la madre”.

Direi che siamo pari e che se hai vicino un uomo che lascia a te tutte le faccende domestiche non hai un marito e se hai un uomo che lascia a te il compito di seguire i figli, non è un padre e se poi si lamenta anche direi che non hai nemmeno un uomo vicino, ma uno che cercava una cameriera a basso costo.

Quindi hai sbagliato nella tua scelta.

Se lavori in casa molto di più mentre il tuo partner sta sul divano a leggere il giornale, sbagli tu che ti presti a questo gioco e rovini la vita anche delle altre donne che si danno da fare sul serio per avere una parità reale, esattamente come quelle persone che lavorano sottopagate e senza contratto,  che rovinano il mondo del lavoro ed il mercato di chi invece tiene duro e pretende i giusti compensi per i propri servizi.

Quando ti sento dire che lascerai il lavoro per crescere i tuoi figli ti dico che probabilmente non sarai una buona madre perché stai insegnando, con i fatti, ai tuoi figli che esistono differenze tra i lavori da uomo ed i lavori da donna.

E allora diventa difficile sostenere la tua battaglia se tu stessa dichiari che hai bisogno di aiuto perché la tua vita, in quanto donna, comporta degli obblighi che non riguardano gli uomini.

Io personalmente so fare tutto e non mi servono né una cuoca né una cameriera, ma sarà perché sono cresciuto in una famiglia che mi ha insegnato a far tutto, ad essere indipendente, ad aver rispetto di me stesso e degli altri tutti ,senza pregiudizi di genere, di razza, finanziari, culturali etc..

Però dico a te, donna che ti lamenti: per quanto sia giusta la tua lamentela, per quanto sia da sposare la tua battaglia, non metterti in una posizione di inferiorità da sola, perché diventa difficile poi essere dalla tua parte.

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